Giugno, ultimo giorno di stagione. Lo spogliatoio si svuota per l'ultima volta. I ragazzi escono uno alla volta, qualcuno vi saluta con un abbraccio, qualcuno con un cenno, qualcuno con gli occhi lucidi. Tra loro c'è chi l'anno prossimo giocherà in Juniores, chi passerà in prima squadra, chi cambierà società, chi forse smetterà. Per voi è un momento che conoscete bene - lo avete vissuto altre volte - ma questa volta c'è qualcosa di diverso. Questi ragazzi li avete visti arrivare come adolescenti e li vedete uscire come giovani adulti. Per alcuni di loro siete stati l'allenatore per un anno, per altri per tre o quattro. Li avete visti piangere dopo una sconfitta, esultare dopo un gol, litigare con un compagno, chiedere scusa, crescere. E ora vi fate la domanda che ogni allenatore del settore giovanile dovrebbe farsi alla fine di ogni stagione: cosa resta? Non quante partite avete vinto. Non quanti ragazzi avete mandato in prima squadra. Ma cosa resta, davvero, dentro quei ragazzi, quando il calcio finisce.
Ogni allenatore del settore giovanile, prima o poi, affronta una verità semplice: la stragrande maggioranza dei ragazzi che alleniamo non diventerà calciatore professionista. Le statistiche sono impietose.
Questo significa che il valore dell'allenare nel settore giovanile non può essere misurato dai risultati sportivi. Se formiamo calciatori e basta, falliamo con il 99% dei nostri ragazzi. Se formiamo persone, riusciamo con il 100%.